Elisa Carraro

il suo progetto: Avvocato di Strada

Vuoi fornirci una breve presentazione di Avvocato di Strada Onlus e dell’attività che svolge?

Avvocato di Strada è un progetto che nasce a Bologna nel 2000, per rispondere ad un’esigenza che veniva sentita come sempre più pressante, ovvero quella di garantire un sostegno giuridico qualificato a quei cittadini senza dimora che a causa di questa loro condizione si trovavano (e si trovano ancora) privati dei loro diritti fondamentali.

Nel 2007 questo progetto diventa l’associazione “Avvocato di Strada — Onlus” che si sviluppa creando, nel tempo, una rete capillare di sportelli legali a cui, chi vive in strada, può rivolgersi gratuitamente.

A fine 2019 l’Associazione contava oltre 1075 volontari (avvocati, studenti di giurisprudenza e non, pensionati e comuni cittadini), che svolgono la propria attività in modo del tutto gratuito: siamo lo studio legale più grande d’Italia ma al contempo quello che fattura meno.

La mission della nostra associazione, da statuto, è quella di perseguire finalità di solidarietà sociale in favore delle persone senza dimora o comunque in condizioni di svantaggio e dei migranti. Tale scopo viene perseguito attraverso la promozione di attività di assistenza legale gratuita alle persone senza dimora, sia giudiziale che stragiudiziale, attraverso ben 55 sportelli legali distribuiti su tutto il territorio nazionale. In Veneto sono attualmente attivi, oltre a quello di Padova, anche gli sportelli di Rovigo, Treviso, Venezia e Verona.

Inoltre, l’associazione realizza plurime iniziative volte a promuovere la tutela dei diritti fondamentali della persona nonché a favorire l’integrazione sociale e culturale di persone svantaggiate e migranti.

Svolge, poi, attività di formazione e aggiornamento giuridico anche tramite collaborazione con altri enti presenti sul territorio e con le università.

Lo sportello di Padova è attivo dal 2004 e conta ad oggi 31 avvocati, 15 tra dottori in legge e praticanti, 5 operatori sociali, 10 studenti di giurisprudenza e 2 psicologi. Qui a Padova operiamo in tandem con altre due Associazioni, Granello di Senape e La Strada Giusta, con le quali collaboriamo in tutta una serie di attività “secondarie”: sensibilizzazione nelle scuole, convegni, webinar ma anche attività più leggere (come il festival dei diritti “Right2cityFestival” e la Cena dei Diritti).

Cosa rende “di strada” un avvocato?

C’è una frase del libro “Avvocato di Strada” di John Grisham che recita così: “Prima di tutto sono un essere umano. Poi un avvocato. È possibile essere entrambe le cose”. Questa frase ben spiega, a mio parere, l’essere “di strada”: i volontari dell’associazione sono persone che hanno deciso di difendere i diritti degli ultimi nella consapevolezza che questo, in fondo, significa difendere i diritti di tutti.

Gli avvocati e i volontari di Avvocato di Strada, in sostanza, mettono la propria professionalità a disposizione di tutte quelle persone che, altrimenti, non avrebbero modo di tutelare i propri diritti.

Concretamente, questo viene fatto incontrando gli utenti nei luoghi da questi frequentati e vissuti, raccogliendo le loro esigenze nel corso di colloqui individuali e poi, ovviamente, fornendo loro l’assistenza giuridica di cui hanno bisogno. Ad esempio, lo sportello padovano svolge la propria attività presso la sede della Caritas diocesana il lunedì pomeriggio e presso le Cucine Popolari il giovedì mattina.

La vostra attività potrebbe inquadrarsi nell’ambito del SDG 1 delle Nazioni Unite, legato alla lotta alla povertà, com’è da questo punto di vista la situazione in Italia?

Si, decisamente. Quello che ci poniamo come obiettivo è di aiutare quanti si rivolgono ai nostri sportelli per tentare di rimuovere quegli ostacoli che impediscono e rendono loro difficoltoso l’accesso ai servizi di base, aiutandoli a tornare ad una vita dignitosa.

Si pensi all’utente tipo della nostra associazione, la persona senza dimora.

Spesso non ci si rende conto di quali siano le conseguenze del non avere una residenza, non consideriamo quanto possedere questo requisito, che molti danno per scontato, possa fare la differenza tra una vita in strada e una vita dignitosa.

E spesso non ci rendiamo conto nemmeno di quanto sia “facile” perderla, la residenza: si perde il lavoro, si salta qualche mese del canone di locazione o qualche rata del mutuo e, se non si ha una rete solida di amici e parenti, finire in strada è il passo successivo.

In questo ambito poco o nulla è stato fatto negli ultimi decenni in Italia. Anzi, in alcuni casi il legislatore ha addirittura “agevolato” la perdita della residenza. Si pensi al cd. Decreto Lupi del 2014, con cui è stato escluso dalla residenza anagrafica chiunque occupasse un immobile senza titolo, o più recentemente il cd. Decreto Salvini del 2018, che ha vietato di “concedere” la residenza alle persone richiedenti asilo. Spesso bisogna contare più che altro sul sostegno delle singole Amministrazioni Locali.

Anche le più recenti misure di sostegno economico (come il reddito di cittadinanza o, durante l’emergenza covid, i buoni-spesa) hanno quasi sempre visto escluse le persone senza dimora.

Chi sono i vostri utenti? Nel tempo avete osservato un cambiamento della vostra utenza?

Dal 2001 a fine 2019, Avvocato di strada si è occupato di 38.478 assistiti, e il trend dimostra che i numeri crescono di anno in anno, non solo per l’aumento degli sportelli che ci permettono di raggiungere un bacino di utenti più ampio, ma anche perché nel nostro paese la povertà è ormai diventata una realtà radicata, sistemica.

In linea con gli anni precedenti la maggioranza dei nostri assistiti è di sesso maschile (71,2%) e proveniente da Paesi extra UE (59,1%), mentre a cittadini comunitari è riconducibile il 7,3%.

Tra le Nazioni di provenienza degli utenti, l’Italia è la Nazione maggiormente rappresentata con il 33,6% delle pratiche seguite.

Queste percentuali hanno subito variazioni minime negli ultimi quindici anni.

Quest’anno sono state seguite complessivamente 3988 pratiche a livello nazionale, mentre a Padova la media si aggira attorno ai 320–340 utenti all’anno. Il numero è aumentato rispetto al 2018: osserviamo ormai da tempo, di anno in anno, un aumento del numero dei casi seguiti dalla nostra associazione. Sicuramente da un lato le nuove sedi territoriali aperte ci permettono di fare interventi sempre più capillari sul territorio, ma dall’altro crediamo che tale aumento riguardi il fatto che la povertà, lungi dall’essere sconfitta, è una realtà sempre più radicata nel nostro Paese.

Quando l’attività dell’associazione è iniziata i senza dimora erano persone estremamente povere e spesso con problematiche fisiche o psichiche. Nel tempo l’utenza si è diversificata, e ora si vede la presenza di persone che semplicemente sono diventate povere e che mai avrebbero pensato di trovarsi senza un tetto: imprenditori e piccoli artigiani in rovina, over 50 che hanno perso il lavoro e, non riuscendo a trovarne un altro, hanno esaurito i propri risparmi finendo in strada, anziani con pensione al minimo che non sono in grado di sostenere le spese di un’abitazione, padri o madri separati che non riescono a trovare una sistemazione, persone in difficoltà che non possono contare su una rete familiare di sostegno.

Su scala nazionale, avete riscontrato differenze di richieste o casi seguiti in base al luogo o al territorio da cui provengono le richieste?

Vi sono lotte comuni a livello nazionale (il diritto alla residenza, l’iscrizione anagrafica, la via fittizia, le impugnazioni delle multe per accattonaggio), ma poi ogni singolo sportello affronta questioni peculiari legate al territorio e alle sensibilità socio-politiche delle varie amministrazioni pubbliche.

Per la vostra esperienza, la povertà può avere un effetto negativo sull’esercizio dei propri diritti? Se sì, in che termini?

Assolutamente sì.

La nostra esperienza è legata in particolare alle persone senza dimora, essi vivono in una sorta di condizione di invisibilità e questo impedisce loro di poter in qualche modo riscattarsi socialmente. La povertà spesso comporta la perdita della residenza: essere sfrattati o lasciare casa per i più vari motivi comporta la cancellazione dalle liste anagrafiche.

La perdita della residenza comporta l’impossibilità di godere di una serie di diritti sociali e servizi fondamentali.

Non essendoci più un Comune di competenza il senza dimora non può ottenere la carta di identità, e quest’assenza di documenti comporta ad esempio l’incapacità a validare una firma su un contratto, sia esso di lavoro o di locazione.

Un senza dimora non può accedere al Servizio Sanitario Nazionale, se non nei limiti delle prestazioni emergenziali da pronto soccorso, né può percepire una pensione.

Senza una residenza non ci si può iscrivere in un centro per l’impiego, né vedersi assegnare un Assistente Sociale, visto che non vi è un Comune competente.

Se si è senza residenza si viene cancellati dalle liste elettorali e non si può votare.

Senza la residenza — ed è questo il motivo per cui è nata la nostra associazione — non si può nemmeno accedere al gratuito patrocinio. E quindi, paradossalmente, chi ha meno diritti di tutti non può neanche agire in giudizio per reclamarli.

Cosa fa Avvocato di Strada per combattere la povertà? E cosa possiamo fare tutti noi?

Oltre ad occuparsi dei singoli casi che si presentano agli sportelli, cerca di operare un monitoraggio costante sulle politiche nazionali e locali in materia di povertà, e lo fa adoperando uno strumento che è molto potente: la Legge; perché qui non si tratta di interventi assistenziali od elemosina ma, semplicemente, di aiutare ciascuno ad ottenere quello che gli spetta.

Pensiamo ad una delle nostre battaglie storiche: l’iscrizione anagrafica di soggetti che altrimenti, privi di casa, non potrebbero avere una residenza anche per il tramite dell’istituzione presso i comuni di una via fittizia.

Siamo partiti dalla Legge: il nostro ordinamento riconosce l’iscrizione all’anagrafe comunale come diritto soggettivo (non concessorio) per tutti i cittadini che ne hanno facoltà (ad esclusione degli stranieri non regolarmente soggiornanti sul territorio). Il nostro impegno è rivolto a far si che il senza dimora possa, quindi, stabilire la residenza nel luogo del proprio domicilio (ovvero nel Comune in cui la persona vive di fatto e, in mancanza di questo, nel Comune di nascita) oppure fissare la residenza in una via fittizia (via territorialmente non esistente ma a cui viene riconosciuto lo stesso valore giuridico).

L’iscrizione dei senza dimora nell’anagrafe della popolazione residente in un comune consente, non solo di promuovere il legame del singolo cittadino con il territorio, ma anche di conoscere le reali caratteristiche della popolazione presente sul territorio nazionale (i comuni evidenziano la posizione anagrafica di senza fissa dimora nell’Indice nazionale delle anagrafi e tale informazione viene conservata nel Registro delle persone senza dimora di cui è titolare il Dipartimento per gli affari interni e territoriali — Direzione centrale per i servizi demografici presso il Ministero dell’Interno) oltre, ovviamente, a dare al singolo la possibilità di accedere ai diritti riconosciuti solo a chi ha una residenza.

Quanto a quello che ognuno di noi può fare, il primo passo è essere consapevoli che il nemico da combattere è la povertà e non i poveri, e comprendere che, per farlo, uno dei modi è aiutare le persone ad uscire dalla strada e da situazioni di marginalità. Forse basterebbe iniziare a porsi proprio la domanda che avete rivolto a noi, ovvero “cosa posso fare io?”: da qui inizia l’inarrestabile.

Avete registrato un aumento delle richieste di aiuto a causa della crisi da Covid-19?

È presto per parlare di dati, ma questa crisi ci ha posto di fronte ad un’evidenza, parafrasando le parole del nostro Presidente nazionale, le crisi, quando sono gravi come quella derivata dall’emergenza Covid 19, colpiscono i poveri due volte. Non è vero quello che si è spesso detto negli ultimi mesi, cioè che il Covid sarebbe un virus “democratico”: chi è più povero è molto più esposto alla malattia e, ovviamente, molto meno attrezzato per superarla.

In questi ultimi mesi ci siamo occupati di situazioni che hanno fatto emergere che la tutela degli ultimi e la lotta alla povertà è ancora lontana dal definirsi una battaglia vinta, in particolare alcuni senza tetto sono stati sanzionati per non aver obbedito all’ordine di “restare a casa”, come se non aver una casa sia una colpa, una scelta volontaria.

L’essere senza dimora non ha consentito e non consente a queste persone di avere un medico di base di riferimento, cosa che appare paradossale se si guarda, a maggior ragione, a questo particolare momento storico-sociale in cui la salute del singolo concorre a consolidare una salute pubblica.

Queste storture logico-giuridiche sono proprio quelle che ci siamo impegnati a combattere, tramite la nostra attività di advocacy.

Qual è il vostro superpotere? E, se poteste averne un altro, quale scegliereste?

La verità è che non abbiamo alcun superpotere, alla fine ogni volontario mette a disposizione il proprio tempo e la propria competenza per il bene comune.

Per rispondere alla seconda domanda, forse l’unico superpotere che vorremmo è quello di riuscire a non lasciare indietro nessuno.

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